L’uovo del serpente

L’uovo del serpente

di Franco Berardi Bifo

Chi fosse Putin lo sapevano tutti: un nazionalista russo formato alla scuola dei servizi segreti e al culto della violenza. È stato utile quando c’era da distruggere l’eredità dell’Unione sovietica trasformando la Russia in una componente del sistema finanziario globale. Del resto anche Saddam Hussein e Osama bin Laden non erano sono stati finanziati e armati per fare un lavoro sporchissimo per poi aggredirli e rovesciarli? Intanto, ora siamo pronti a scandalizzarci perché qualcuno mette in discussione il dovere patriottico e l’odio per i russi. “Siamo pronti a cacciarli, isolarli, licenziarli, come abbiamo fatto con chi non voleva vaccinarsi… – scrive Franco Berardi Bifo – Questo bisogno che qualcuno dei due contendenti abbia ragione è il segno più grave della paralisi etica e intellettuale del nostro tempo…”. Un tempo di depressione e psicosi aggressiva, come quella raccontata da Bergman ne L’Uovo del serpente


Tra depressione e psicosi aggressiva nasce la Nazione Europea

Ne L’uovo del serpente, un film del 1977, Bergman racconta l’emergere della bestia come risveglio psicotico delle menti terrorizzate, umiliate, disperate. Una folla barcollante di persone psichicamente ferite, che si muovono come in un incubo, annebbiate, fin quando non possono ritrovare forza, energia ed entusiasmo nel convertirsi in belve. Belve bionde, per citare Nietzsche.

La belva bionda è emersa scatenando la più grande offensiva militare sul suolo europeo dal 1945, e riproponendo lo scenario jugoslavo su scala gigante. Ma al tempo stesso è emersa anche al Parlamento europeo. Subito dopo il discorso in cui Zelenski ha detto: “l’Ucraina è pronta a morire per l’Europa, ora vediamo se l’Europa è pronta a morire per l’Ucraina”, è venuta la decisione di armare la resistenza ucraina, di partecipare alla guerra. L’Unione europea nacque per generare un’entità politica priva delle retoriche della nazione. Liberarsi dalla tragica storia del nazionalismo, anzi dei nazionalismi (perché il nazionalismo non è mai solo) era il senso dell’Unione europea. Ora quell’intenzione fondativa (mai attuata in realtà, ma pur sempre aleggiante nel regno delle illusioni programmatiche) è cancellata.

Ma lasciamo perdere la geopolitica, scienza rudimentale per cervelli cinici. Veniamo alla sostanza psico-politica del processo che si sta svolgendo sulla scena continentale. In un articolo del 1918, all’indomani del trauma bellico e pandemico, Sandor Ferenczi si chiede se sia possibile curare le psicosi collettive. La sua conclusione è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. Sappiamo cosa accadde nei decenni seguenti. Il trauma venne elaborato in maniera psicotica, attraverso un’identificazione aggressiva nella nazione e nella razza.

Come si va elaborando oggi il trauma subito nel biennio pandemico?

Gli eventi europei del febbraio marzo 2022 fanno pensare che l’elaborazione del trauma ha preso un carattere psicotico: la depressione strisciante cerca compensazione nell’aggressività: il nome di questa psicosi è Nazione. Come nascono le nazioni? Con la guerra. Questa è una regola generale della storia europea. Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008 l’Europa scelse di essere una fortezza, un territorio (sempre meno) popolato da persone spaventate dal declino bianco e dalla grande sostituzione etnica in corso (inarrestabilmente). Sinistra e destra, Minniti e Salvini hanno comunemente perseguito lo scopo di escludere, respingere, annegare allo scopo di difendere la grande patria bianca.
Partecipando alla guerra ucraina l’Europa-fortezza si riconosce al fine come Nazione. Probabilmente è solo l’inizio della fine, ma questo è un altro discorso.

Il biondino di San Pietroburgo

Fino a ieri la sola differenza tra sinistra e destra in Italia era la diversa considerazione di Putin, e della risorgente nazione russa. Mentre i democratici erano favorevoli a stringere d’assedio lo zar allargando la NATO, l’altra metà dello spettro politico, i sovranisti euro-americani ammiravano Putin. Trump Le Pen, Meloni, Salvini, per tacere di Berlusconi hanno espresso senza mezzi termini la loro ammirazione per il biondino di San Pietroburgo. Putin personificava il culto della Nazione che le destre euro-americane hanno cercato in contesti diversi di riaffermare.

Ma quando, nel pomeriggio del primo marzo, Zelinski ha chiesto se l’Europa è pronta a morire per l’Ucraina, il cuore della destra europea ha cominciato a battere per lui. Morire per difendere la patria, poco importa da chi, è sempre stato il sogno dei nazionalisti, anche se questo non vuol dire che vogliano proprio morire loro personalmente. Vogliono mandare qualcuno a morire per la loro gloria: questo sì, è il loro sogno. Salvini, dimentico dell’alleanza tra la Lega e Russia Unita, è diventato generoso e accoglie i profughi ucraini perché questi sono veri profughi, mica come quegli scrocconi di afghani e siriani (leggi anche I profughi ucraini e la propaganda istituzionale, ndr). Ecco allora che la destra nazionalista, messa nell’angolo per la sua sudditanza allo Zar, ha repentinamente cambiato posizione e ha preso la testa dell’Unione europea, rivoltandola come un guanto. Ursula von den Leyden e tutti gli altri dietro, entusiasticamente uniti nella difesa di che?

Della nazione europea. Del Dio cristiano. E della razza bianca. D’accordo. Ma anche Putin ha la pelle bianca, no? Ed è più cristiano di noi. Solo Trump, mi pare, continua a dirlo, lui che più nitidamente esprime il suprematismo bianco, e nitidamente ne distingue i nemici. Putin è un amico, dice Trump, e ha ragione. I democratici americani sono ancora ossessionati dall’Unione sovietica, non vogliono uscire da una narrazione che li vedeva vincenti.

Ma Putin non è comunista. Il referente teorico e strategico di Putin si chiama Ilic Il’in, un intellettuale russo che fuggì dall’Unione Sovietica negli anni ’20 per rifugiarsi a Berlino negli anni di Hitler. È l’unico teorico che Putin abbia citato nei suoi discorsi fin dai primi anni della sua ascesa al potere. Ed è un nazista dichiarato, che scrisse: “Il fascismo è un eccesso salvifico di arbitrarietà patriottica”. Nel libro La paura e la ragione (Rizzoli, 2018, ed.or The road to Unfreedom), Timothy Snyder parla della relazione intellettuale tra il pensiero di Il’in e l’azione di Putin.

”Il 23 gennaio 2012, qualche settimana dopo le elezioni parlamentari e poco prima di quelle presidenziali, Putin pubblicò un articolo nel quale sviluppava la questione nazionale formulata da Il’in…. In questo articolo Putin descriveva la Russia non come uno stato ma come una condizione spirituale. Citando Il’in per nome, Putin affermava che in Russia non c’era né ci poteva essere alcun conflitto fra le nazionalità. Stando a Il’in la questione della nazionalità in Russia era solo un’invenzione dei suoi nemici, un concetto importato dall’Occidente…. Scrivendo della Russia come di una civiltà, Putin si riferiva a tutti quelli che considerava parte di questa civiltà. Anziché parlare dello stato ucraino di cui la Russia riconosceva ufficialmente la sovranità, Putin parlava degli ucraini come un popolo disperso dai Carpazi alla Kamchatka, e pertanto elemento della civiltà russa. E se gli ucraini erano semplicemente uno dei diversi gruppi russi (come tatari, ebrei, bielorussi) ne seguiva che l’indipendenza statale ucraina era irrilevante, e che Putin, nelle vesti di leader russo, aveva il diritto di parlare a nome del popolo ucraino. Concludeva quindi il discorso con un grido di sfida dicendo al mondo che russi e ucraini non sarebbero mai stati divisi e minacciando guerra contro coloro che non lo avessero capito” (Snyder, pag. 70, 71).

Questo articolo di Putin è del 2012, dunque i suoi amici americani ed europei sapevano con chi avevano a che fare. Il che non impedì a George Bush, quello che invase l’Iraq con una guerra di occupazione devastante sulla base di una fake news agitata da Powell sotto il naso del pubblico mondiale, di guardare Putin negli occhi e di trarne la certezza che era un uomo sincero e buono. Perciò la mobilitazione bellica continentale in nome della Nazione mi pare spiegabile solo come epidemia psicotico-aggressiva.

Post-Covid

“Il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne” diceva un amico al quale piace scherzare sulle cose serie. In effetti il Covid è scomparso da un giorno all’altro, grazie al bombardamento delle città ucraine. A saperlo prima ci saremmo risparmiati due anni di sfinimento e distanziamento, se bastava una guerra.

La paranoia non scompare col Covid, anzi si ripresenta ancor più aggressiva. I bravi cittadini bianchi sanitarizzati e obbedienti agli ordini dello stato si sono scandalizzati per due anni che ci fosse qualcuno che metteva in discussione la versione diffusa dalle autorità sulla questione del vaccino e tutto il resto. Adesso siamo pronti a scandalizzarci perché c’è qualcuno che mette in discussione il dovere patriottico, l’odio per i maledetti russi. Siamo pronti a cacciarli, isolarli, licenziarli, come abbiamo fatto con chi non voleva vaccinarsi. E d’altra parte coloro che si sono sentiti perseguitati da un complotto oggi sono pronti a giurare che Putin è il salvatore. Siamo tutti chiamati a scegliere: o stiamo con l’Europa in armi o stiamo con Putin. Questo bisogno che qualcuno dei due contendenti abbia ragione è il segno più grave della paralisi etica e intellettuale del nostro tempo. Non siamo capaci di ammettere che non c’è alcun complotto, o piuttosto che i complotti sono innumerevoli e si intrecciano, e che nessuno governa, perché il caos è il signore del mondo.

Dunque: chi fosse Putin lo sapevano tutti. Un nazionalista russo formato alla scuola dei servizi segreti. È stato utile quando c’era da distruggere l’eredità dell’Unione sovietica trasformando la Russia in una componente del sistema finanziario globale. È stato utile a combattere l’islamismo nemico comune di tutti i cristiani, dell’Est e dell’Ovest. Ma era un boia e tutti lo sapevano. Basta vedere come Putin saluta Muhammed bin Salman, pochi giorni dopo che il mondo ha scoperto che il signor Bin Salman, caro amico di Renzi, aveva fatto a pezzi il giornalista Kashoggi.

Non è la prima volta

Si dirà che non è la prima volta che il paese leader del mondo libero finanzia e arma un boia perché faccia un lavoro sporchissimo, per poi aggredirlo, rovesciarlo, e impiccarlo per la gioia dei popoli bianchi. La patria della democrazia finanziò e armò Saddam Hussein all’inizio degli anni ’80, perché aggredisse la Repubblica islamica iraniana. Ne seguì una guerra devastante con milioni di morti iracheni e iraniani. Dopo essersi reso utile, il boia Saddam Hussein divenne poi il nemico giurato, che occorreva eliminare a tutti i costi. A costo di inventare prove con cui scatenare una guerra che eliminò il dittatore, uccise milioni di iraqeni, scaraventò bombe al fosforo sulla città di Falluja, e pose le basi per la formazione di Daesh in quell’area, prima che il faro della libertà decidesse di abbandonare il paese nel caos.

Negli stessi anni ’80 il paese della libertà finanziò e armò Osama bin Laden perché organizzasse la guerra santa contro il nemico sovietico in Afghanistan. Brzezinski disse che la formazione di un esercito di terroristi islamici era preoccupazione di poco conto se paragonata alla sconfitta del nemico comunista. Ma l’11 settembre del 2001, coi soldi e le armi che gli venivano dalla classe dirigente saudita, grandi amici della famiglia Bush, Osama bin Laden abbatté un paio di torri e uccise più di tremila persone. Iniziò allora la guerra del paese più ricco del mondo contro il paese più povero, mentre i cretini di tutto il pianeta strillavano: “Siamo tutti americani”. Venti anni dopo gli americani fuggirono dal paese più povero del mondo non prima di averlo devastato, e lasciarono nelle grinfie dei talebani gli incauti (e le incaute) che avevano creduto nella parola di Hillary Clinton e dei suoi assassini. Negli anni successivi al crollo dell’Unione sovietica, la patria della libera impresa appoggiò gli ex-comunisti convertiti alla libertà, e li osservò con un sorrisetto complice mentre smantellavano il sistema pubblico, privatizzavano le imprese produttive, esportavano ricchezze enormi verso le banche inglesi, e sterminavano con metodi brutali la resistenza cecena.

Il taciturno Putin parve allora un amico di cui fidarsi, poco importava che avesse dato prove di essere un carnefice alla scuola di Beslan, nel Teatro Dubrovska, e in molte altre occasioni. Ma il taciturno Putin non ha rispettato le regole, si è perfino permesso di costruire una pipeline in collaborazione con i tedeschi, e questo ai difensori della democrazia non andava giù. Occorreva costringere i tedeschi a cancellare quel progetto, occorreva spingere l’Unione europea verso il suicidio.

La prima vittoria di Biden

Biden sembra per la prima volta avere l’appoggio dei repubblicani, anche se il furbo Trump, dopo aver detto che Putin è un genio, ora resta in disparte Aspettando di ritornare per vendicarsi. Dopo tante battaglie perse finalmente Biden ne ha vinta una: ha tolto di mezzo l’Europa, l’ha sottomessa alla NATO, e grazie alla NATO ha spinto l’Europa ad auto-distruggersi. Questo non gli basterà per fermare la disgregazione degli Stati Uniti d’America, il paese in cui la gente si ammazza più volentieri, in cui 100.000 persone sono morte di overdose negli ultimi anni.

Forse la guerra potrebbe aiutarlo a vincere le elezioni di mid-term, ma non ci scommetterei neppure un nichelino: da qui a Novembre c’è tempo, e sarà tempo di orrore e di menzogne. E di morte, come piace alle belve bionde: quelle russe, quelle europee, e quelle americane.