In Alabama il sindacato non passa

In Alabama il sindacato non passa

Francesco Massimo10 Aprile 2021

Le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento Amazon di Bessemer si sono espressi contro la formazione di un sindacato. Ecco perché si tratta di una sconfitta che ha molto da insegnare

Chiamati a votare in un referendum sulla possibilità di formare un sindacato nel loro posto di lavoro, le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento Amazon di Bessemer, Alabama, si sono espressi in maggioranza contro la formazione di un sindacato. Negli Stati uniti Amazon rimane un’impresa de-sindacalizzata e il sindacato subisce una cocente sconfitta e anche la sinistra perde una scommessa politica su cui aveva puntato molto.

La battaglia si era politicizzata velocemente. Non solo perché Amazon è a oggi, dopo Walmart, il secondo datore di lavoro negli Stati uniti, ma perché è l’avanguardia della cultura antisindacale e dell’autoritarismo aziendale – sempre con sorrisi e pacche sulla spalla! – nei paesi del capitalismo avanzato.

Da tempo la sua crescita impressionante ha messo Amazon sotto i riflettori degli estimatori ma anche delle critiche: non solo per le condizioni di lavoro, ma anche per le sue strategie di mercato monopolistiche e per le sue pratiche fiscali disinvolte.

Per quanto riguarda i sindacati, in particolare le grandi burocrazie affiliate alla centrale Afl-Cio, Amazon è sempre stato terreno ostile. Tentativi di sindacalizzazione ce n’erano già stati: uno, relativamente precoce, nel 2000, sventato brutalmente con lo shut-down del call-center in cui i lavoratori stavano provando a sindacalizzare, e un altro più recente, nel 2014, in cui i 30 tecnici del magazzino di Middletown, Delaware, avevano finalmente respinto con un referendum (21 No, contro 7 Sì) la proposta di formare un sindacato che li rappresentasse.

A distanza di sette anni, mentre in Europa il processo di sindacalizzazione, seppure a velocità e in modalità diverse, è avanzato, e dopo una pandemia che ha colpito duro le lavoratrici e i lavoratori di Amazon, il dato non cambia.

Come in passato il sindacato negli Usa ha provato a convincere i dipendenti di uno stabilimento a sindacalizzarsi e come in passato Amazon ha risposto con l’artiglieria pesante: una campagna milionaria fatta di persuasione e minacce per convincere la maggioranza dei lavoratori a desistere.

Ma è davvero tutto a carico delle pratiche antisindacali di Amazon se il sindacato ha fallito anche questa volta?

Certamente, se paragoniamo il contesto italiano ed europeo a quello statunitense, il confronto è impietoso. In Europa i sindacati godono di una protezione istituzionale che, sebbene in continua erosione, consente loro di radicarsi nei luoghi di lavoro. Imporre un referendum per permettere a dei lavoratori di sindacalizzarsi è sicuramente una misura ipocrita, che pretende di imporre dei meccanismi decisionali apparentemente democratici in un contesto, il rapporto di lavoro subordinato, che di democratico non ha nulla.

Approfittando dell’autorità che la legge concede a un datore di lavoro nell’amministrare un’azienda, in nome della protezione della libertà di impresa, Amazon ha potuto assoldare una società di «consulenze» specializzata in campagne antisindacali; creare un sito internet (doitwithoutdues.com, al momento inaccessibile) da cui suggerire ai suoi dipendenti di spendere altrimenti i soldi delle quote che essi potrebbero versare al sindacato per finanziarne l’attività; imporre ai dipendenti del magazzino di Bessemer delle riunioni obbligatorie durante le quali i manager diffondevano false notizie («Se entra il sindacato perderete i bonus che prevede ora il vostro contratto di lavoro», «Se votate sì sarete obbligati a pagare una quota mensile al sindacato»); a tappezzare i bagni e altri luoghi comuni di propaganda antisindacale (mentre ai sindacati, ça va sans dire, questo spazio di espressione non era concesso); di convincere i lavoratori più precari e ricattabili, quelli assunti a termine attraverso agenzie interinali, di indossare spillette con scritto «Vote No»; di indurre l’amministrazione comunale a ridurre la durata del semaforo rosso poco fuori l’uscita del magazzino – uno dei pochi luoghi in cui gli attivisti sindacali potevano provare a parlare con le lavoratrici e i lavoratori – per impedire agli attivisti di comunicare con le e i dipendenti; infine, sempre in nome della libertà (di impresa), Amazon ha potuto intervenire direttamente sulle procedure di voto: l’azienda aveva invano provato a imporre un voto in presenza nello stabilimento, addirittura offrendosi di affittare la hall di un albergo per ospitare le operazioni di voto e di spoglio (per la serie: come spendere bene i soldi, invece di aumentare i salari), ma i sindacati si erano opposti e l’agenzia federale aveva imposto il voto per corrispondenza. A quel punto Amazon ha convinto l’amministrazione delle poste (che, ricordiamo, dovrebbe essere un’agenzia federale imparziale, ma che a quanto pare non si è preoccupata molto dell’appello pubblico del presidente Biden per un voto trasparente e pulito) a installare una buca delle lettere all’interno dello stabilimento, riuscendo così a mostrare alle lavoratrici di poter controllare il loro voto, inquinandone l’autenticità. È proprio in virtù di questo episodio che il sindacato sta contestando la legittimità del voto e minaccia di fare ricorso.

È chiaro che il contesto statunitense è particolarmente ostile per i sindacati. Si tratta di pratiche per giunta assai comuni (negli Stati uniti viene chiamato «union busting» ed esiste una vera e propria industria di società specializzate, che vengono reclutate alla bisogna dai datori di lavoro), che affondano le loro radici nella storia passata e recente degli Stati uniti, specialmente negli stati del sud come l’Alabama.

In Europa, con queste regole del gioco, oggi non ci sarebbe un magazzino sindacalizzato e le condizioni di lavoro sarebbero peggiori di quanto non lo siano ora (turni notturni obbligatori e da dieci ore e autorità manageriale incontrastata nel definire ritmi e organizzazione del lavoro).

Eppure, non si tratta di una situazione nuova o inattesa: le tattiche di Amazon erano prevedibili ed è giusto chiedersi anche se il sindacato ha progettato una campagna all’altezza.

In primo luogo, occorre dire che il referendum non è nato da una campagna organizzata dal sindacato per coalizzare i lavoratori di Amazon a livello regionale o nazionale, come nel caso delle precedenti campagne promosse (e fallite) in Wal-Mart. Esso è stato il risultato di un’iniziativa spontanea di alcune lavoratrici e lavoratori chi si sono risolte ad alcuni attivisti del sindacato Rwdsu della zona. A quel punto la dirigenza del sindacato ha deciso di prendere in mano la direzione della campagna e di schierare tutta la sua macchina organizzativa per ottenere e vincere il voto solo nel magazzino di Bessemer. Durante la scorsa e l’attuale primavera c’erano state delle lotte e degli scioperi spontanei in Amazon (ottenendo nel 2020 il congedo retribuito), ed esistono dei collettivi organizzativi di dipendenti in California e a Chicago. Eppure, non sembra che ci sia stata una seria volontà di connettere queste esperienze. Si tratta di un primo errore strategico: Amazon ha una rete estesa in tutto il paese e il magazzino di Bessemer rappresenta una goccia nel mare.

Di fronte a una povertà di connessioni reali con altre esperienze di lotta, la scelta della dirigenza della Rwdsu è stata quella di politicizzare e caricare di significato simbolico questa sfida. La strategia della mediatizzazione sembrava aver premiato il sindacato: Amazon ormai da anni non gode di buona stampa, sebbene spenda molto per curare la propria immagine. Sui media tradizionali e soprattutto sui social la campagna sindacale sembrava aver fatto breccia. Emblematico è stato il caso, mediaticamente assai trito in realtà, dei lavoratori di Amazon – questa volta degli autisti – costretti a orinare in bottiglie di plastica per via dei ritmi di lavoro incessanti. Amazon ha inizialmente negato ma ha dovuto poi ammettere e scusarsi dopo essere stata sbugiardata sui social. Il sindacato ha cavalcato la dimensione mediatica e si è esaltato quando gli attivisti di Black Lives Matter o Bernie Sanders si sono recati a Bessemer per sostenere la campagna per il Sì, o quando Joe Biden, in un videomessaggio, ha sostenuto esplicitamente lo sforzo del sindacato e ammonito Amazon per le sue condotte antisindacali (senza alcun effetto apparente).

Eppure la mediatizzazione si è rivelata, se non controproducente, per lo meno fuorviante. Sovraccaricare di significato politico la sfida ha, sì, sollevato molta attenzione e messo Amazon sotto pressione. Allo stesso tempo però questa pressione si è scaricata sui lavoratori che, dimenticati, nel loro quotidiano e durante la pandemia, si sono ritrovati sotto i riflettori di una narrazione mediatica che li interpellava, sì, ma in schemi prestabiliti e non sempre accurati. L’esempio dei driver che orinano nelle bottiglie lo mostra bene. Creare un caso mediatico su tale episodio è un sintomo innanzitutto di inaccuratezza agli occhi di un dipendente di un magazzino, perché si tratta di autisti. Nei magazzini i bagni sono accessibili e, come è stato correttamente notato sul sito Organizing Work, la storia può far passare il messaggio che, sei i driver non possono andare in bagno sul lavoro, nei magazzini le condizioni sono migliori perché i bagni ci sono. Alla fine il risultato è che i lavoratori hanno l’impressione di essere espropriati del loro vissuto quotidiano e che i media, i politici e i leader sindacali non conoscano davvero la realtà di cui parlano. Lo stesso si può dire sul problema della razza: nel magazzino, l’85% della forza lavoro è composta da african-americans. Il quadro narrativo imposto dai media è che, in virtù della loro appartenenzarazziale, avrebbero dovuto votare compattamente sì.

Infine la politicizzazione è stata alimentata dall’alto, con politici, giornalisti, dirigenti sindacali e attivisti sindacali provenienti da fuori dai confini dello stato e molto poco a livello locale. Come riportato dalla giornalista Jane McAlevey in un’ottima analisi apparsa oggi su The Nation, «Se si scansiona il sito web del sindacato, si vede una lunga lista di sostenitori nazionali dei lavoratori e una lista molto più piccola di gruppi locali che sostengono gli sforzi dei lavoratori».

Infine, questa politicizzazione e mediatizzazione ha preso il sopravvento e ha impedito di leggere i segnali di debolezza della strategia sindacale sul campo.

Se Amazon ha potuto manipolare la durata dei semafori, è perché gli attivisti avevano puntato troppo sulla possibilità di convincere i lavoratori fermi all’incrocio dopo essere usciti dai magazzini. Chi ha messo i piedi in uno stabilimento Amazon può immaginare che un magazziniere a fine turno abbia voglia di allontanarsi il prima possibile da quel posto. McAlevey, sottolinea come gli organizzatori sindacali non abbiano fatto grandi sforzi nel contatto porta a porta.

Se Amazon ha potuto installare una cabina postale nel perimetro del suo magazzino, perché il sindacato, che ora denuncia questa mossa come decisiva per la manipolazione del voto, non è intervenuto con un’azione di protesta decisa e diretta per rimuovere quello che considera un abuso manageriale illegale?

Se Amazon ha insinuato che i lavoratori, una volta iscritti, avrebbero dovuto pagare una quota, perché il sindacato non ha rivendicato l’importanza di questa quota (anche perché sta sostenendo una legge in discussione alle camere che imporrebbe le quote a tutti i dipendenti di un luogo di lavoro sindacalizzato!), invece di affannarsi a spiegare alle lavoratrici e ai lavoratori che avrebbero potuto esserne esonerati, come se i diritti fossero negoziabili?

Il sindacato però sembra rifiutare di riconoscere questi e altri limiti della sua strategia, preferendo scaricare le sue responsabilità in questo fallimento sulle pratiche scorrette di Amazon.

In tal modo la struttura si autoassolve ma non si rende conto di aggravare la propria situazione. Il corollario della denuncia «Amazon ha manipolato i lavoratori e le lavoratrici» non può che essere «I lavoratori e le lavoratrici si sono fatti manipolare». I e le dipendenti di Amazon appaiono così una massa passiva corrotta e questo rischia di scoraggiare qualsiasi tentativo di mobilitazione nei prossimi tempi.

Però può permettere nel breve termine al sindacato di giustificare la sconfitta senza mettersi troppo in discussione. Inoltre la forza con cui il sindacato denuncia le pratiche scorrette, ma in buona parte difficilmente perseguibili, di Amazon, sembra funzionale a una forte pressione politica e mediatica sul governo e sulle camere per far passare una nuova legislazione federale per le relazioni sindacali meno sbilanciata a sfavore dei sindacati di quanto non lo sia adesso. Ma con una maggioranza incerta al senato, è difficile che il disegno di legge passi.

Nel frattempo però un tentativo di sindacalizzazione che tutti attendevano da anni è fallito. Nei prossimi mesi e anni, se il sindacato non cambia radicalmente strategia, le possibilità future di miglioramento delle condizioni di lavoro, in Amazon e altrove, dipenderanno dalla capacità delle lavoratrici e dei lavoratori di auto-organizzarsi. Non solo negli Stati uniti.

*Francesco Massimo è membro della redazione di Jacobin Italia. Attualmente fa ricerca e insegna a Sciences Po, Parigi. Recentemente ha collaborato alla redazione di un rapporto su conflitti e relazioni industriali in Amazon pubblicato dalla Rosa Luxemburg Stiftung ed è contributore del libro collettivo The Cost of Free Shipping. Amazon in the Global Economy (Pluto Press, 2020).